Archivio per la categoria ‘rischio family business’

Il Professor Devecchi e l’ “Orologio della successione”

maggio 3, 2012

“Da dove veniamo”

Ogni anno 60 mila imprenditori sono coinvolti nel passaggio generazionale. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, i piccoli imprenditori italiani contribuendo alla ricostruzione del Paese, in un ventennio hanno sviluppato le loro attività artigianali in imprese e industrie.  Le 4 milioni di imprese familiari che stimiamo essere presenti oggi nel tessuto economico del Paese hanno  dunque origine da questa evoluzione.  Dalla fine degli anni ’90 ad oggi sono iniziati i passaggi generazionali che però, negli ultimi 5 anni, laddove non sono andati a buon fine, sfociando in cessazioni di azienda o liquidazioni volontarie hanno procurato un danno emergente pari a 60 miliardi di euro. Preparare Bene il momento della successione è diventato ormai una vera urgenza.

Come affrontare la successione

Aiutare gli imprenditori a svolgere la successione in maniera anticipata è necessario tenendo presente che per 4 volte nel suo ciclo di vita, l’azienda familiare “cambia pelle” in termini di processi,  strumenti e nuove criticità. Da qui e dalle variabili che incidono sul processo del passaggio generazionale è da analizzare questo fenomeno. La successione diventa un punto di forza se ci si arriva in maniera anticipata, se si colloca bene la propria azienda nel suo ciclo di vita, se si tiene sempre viva la business history familiare. Fondamentale è dare spazio al giovane che entra in azienda. In un contesto di costante processo di internazionalizzazione l’azienda deve saper allargare la sua formula imprenditoriale e dare in mano a questi ragazzi settori nuovi con potenzialità di business davvero importanti.

Nodi da scogliere in casa. Benetton: la strada è tracciata. Caprotti: ci siamo quasi?

maggio 3, 2012

Alessandro Benetton  ha da poco assunto la guida del gruppo veneto e, a 48 anni di età, dopo 8 anni passati da vicepresidente e dopo aver dimostrato con la la “21 investimenti” di essere un vero imprenditore, ha sottolineato più volte il senso della discontinuità come opportunità lanciando la sfida di reinventare le aziende perché avere rispetto della propria azienda di famiglia significa modificarla.

Il discorso in casa Benetton non è tuttavia concluso. La famiglia ha infatti il ruolo di regista mentre la gestione è affidata ai manager. Ai possibili avvicendamenti e al possibile ringiovanimento nelle posizioni manageriali della holding del gruppo saranno dedicate le prossime decisioni strategiche senza dimenticare che la seconda generazione Benetton è formata da 14 persone: tempo e attenzione per la parte proprietaria dell’azienda e per adeguarsi di adeguate strutture aziendali.

In casa Caprotti la questione è più complessa sebbene in via di definizione. Il patron, Bernardo ha promosso un collegio arbitrale per risolvere il nodo del controllo di Esselunga e definire un contrasto con i due figli maggiori: Giuseppe e Violetta che si strascina orami da molti anni. Le modalità adottate da Bernardo per trasmettere l’eredità ai figli sono a cessione della nuda proprietà delle azioni (intestate ad una fiduciaria) con usufrutto al padre. Il caso si complica poiché i figli sono nati da matrimoni diversi con i primi che hanno lavorato a lungo in azienda partecipandone alla creazione del valore.

Il passaggio della sola nuda proprietà con riserva di usufrutto è uno strumento molto usato dalle imprese ma è una scelta non definitiva e incompleta. Mette in luce una peculiarità delle imprese di famiglia coinvolte in questa situazione: la volontà di continuare a contare nelle decisioni strategiche aziendali si scontra con l’opportunità e convenienza di spingere i propri giovani alla guida del gruppo. Spesso significa quindi non andare fino in fondo nel passaggio generazionale.

Bombassei, Del Vecchio, Moratti, Benetton, Squinzi: come passano il testimone le principali famiglie imprenditoriali?

maggio 2, 2012

La prima generazione dei pionieri del Nordest e delle grandi famiglie italiane che hanno creato grandi gruppi, ha ormai lasciato il timone o è in procinto di farlo. Da Ferrero a Squinzi, da Chiesi a Merloni, da Bombassei a Moratti, da Del Vecchio a Benetton, tutti sono alle prese con un passaggio generazionale che segna la fine di un’epoca, quella della quasi totale identificazione delle aziende con le famiglie e i territori. Ad uscire di scena sono infatti i padri fondatori del capitalismo familiare italiano.

IMPRESE DI FAMIGLIA: DESTINAZIONE SINGAPORE. Avvertenze e consigli per gli imprenditori di famiglia.

ottobre 4, 2011

L’Associazione CERIF ha intervistato il giornalista Giovanni Lombardo, per affrontare il processo di internazionalizzazione nelle imprese di famiglia.

Giovanni Lombardo vive da 9 anni e mezzo a Singapore ed è un professionista dinamico, orientato ai risultati, consulente con esperienza nella vendita & business development. Avendo viaggiato molto nel Mondo, si adatta velocemente alle sfumature culturali “locali” e gli attribuiscono un talento per la ricerca di soluzioni in un ambiente internazionale contemporaneo. Ha una natura amichevole, senza pretese e la capacità di parlare 8 lingue [Italiano, Greco moderno, Inglese, Bahasa, la lingua parlata da 300 milioni di persone in Indonesia, Francese, Spagnolo, Tedesco e Portoghese] e di scherzare in altre 5. Contribuisce saltuariamente come corrispondente da Singapore per programmi di radiodue, come Caterpillar, e partecipa al sito http://www.anordestdiche.com/cat/luoghi-e-incroci/rubriche-dal-mondo/singapore/descrivendo la parte del mondo dove si e’ stabilito.

Quali ritiene, in base alla Sua esperienza,  siano i limiti delle imprese italiane che si apprestano a espandersi sui mercati esteri, come Singapore ad esempio?

“In base alla mia personale esperienza con le ditte familiari italiane a Singapore ho individuato tre punti deboli della loro struttura che le condannano, di solito, a non riuscire a essere presenti su questo mercato, e su altri che fanno riferimento a questo mercato.

Un primo elemento che spesso non è sufficientemente presente, nel momento in cui un’impresa familiare italiana decide di esportare i suoi prodotti/servizi fuori dall’Europa, è l’informazione. Spesso gli Italiani mai usciti dall’Italia partono con la convinzione che in fondo in fondo tutto il mondo sia paese, e che quindi gli strumenti con i quali hanno avuto successo fino a un momento prima in Italia saranno gli stessi che porteranno il successo all’estero. 

Più di una volta ho sentito persone di una certa statura pronunciare delle frasi ex cathedra con la convinzione profonda di aver espresso un articolo di fede, mentre contro la realtà locale tali parole finivano solo per far sorridere.

Un paio di esempi: “Prendiamo l’elenco telefonico e andiamo a bussare porta per porta”; oppure: “Ci troviamo alle sette in hotel così alle otto siamo già in ufficio dai potenziali clienti”. Singapore non e’ un paesetto e la gente ha moltissimi impegni anche nei Paesi vicini.

Si sono mai immaginati, i titolari di queste imprese familiari che magari producono un oggetto straordinario, o forniscono dei servizi davvero unici, e illustrativi della creatività italiana che unisce gusto estetico a funzionalità, che in altri Paesi i modi di operare possano essere diversi?

In una città come Singapore esiste una rigida gerarchia nel lavoro per la quale ognuno è deputato solo al suo segmento e non osa interagire con il lavoro dei colleghi o peggio ancora, dei superiori. Quel gioielliere italiano, titolare di un’impresa di famiglia, che partisse con l’elenco telefonico e andasse a visitare anche cinque diverse gioiellerie per poter “parlare col titolare” pensa che il commercio qui sia organizzato in modo simile alla sua impresa, cioè in modo familiare. Invece di solito qui a Singapore c’è un grande gruppo dal nome relativamente generico che prova a controllare tutto il mercato nel suo insieme in un regime di monopolio, frazionandosi in un certo numero di società dedicate ciascuna al suo segmento di mercato per prezzo e per età del consumatore. Probabilmente in una settimana di lavoro costante il “nostro” gioielliere italiano arriverebbe a questa conclusione e, vicino al momento del suo ritorno in Italia, proverebbe a fissare un appuntamento con le persone responsabili degli acquisti del gruppo. Purtroppo in questo caso magari le persone responsabili non sono disponibili o non ci sono, perché’ hanno una fitta agenda stabilita già mesi prima. La lentezza dell’economia italiana non deve trarre in inganno gli Italiani e far loro credere che ovunque nel Mondo sia così. 

Si sono mai chiesti, i titolari d’impresa familiare, come fosse la struttura sociale di quel Paese che andavano visitando?

Il secondo punto debole è la scarsa o nulla conoscenza della lingua inglese e dei modi di pensare tipici nel capitalismo anglosassone che sono legati alla lingua. L’Italiano è farraginoso e barocco nei termini finanziari. L’inglese è semplice e descrittivo. Un’immobilizzazione in inglese è un asset. Questa differenza linguistica si riflette nell’operatività. L’Italiano ha paura della competizione e vive in un mercato saturo e asfittico; l’operatore di lingua inglese è abituato alla competizione e a un respiro internazionale. Poter parlare l’inglese non significa soltanto poter tradurre parola per parola, (il che non significa ancora saper parlare la lingua), ma poter pensare un concetto, oppure, poter trovare un concetto che linguisticamente si avvicini a quello che si vuole esprimere, e riuscire a trasmetterlo. 

Qui si rivela il terzo punto debole dell’imprenditore titolare di un’impresa familiare. 

Se io so fare, diciamo, una pompa molto specializzata che funzioni sott’acqua a una pressione particolare, non è detto che io la sappia anche vendere. Certo, conoscere i dettagli tecnici della pompa come venditore mi aiuta infinitamente nel venderla a chi ricerca esattamente un tale strumento, ma il semplice saper fare la pompa non mi da la conoscenza del modo di venderla. Ad esempio, paesi come la Malaysia o l’Indonesia possono caricare un’aliquota d’imposta altissima su una macchina costruita in Italia, mentre se la stessa macchina è smontata e le sue varie parti sono spedite in momenti diversi come pezzi di ricambio, la tassa è molto meno pesante. Che cosa serve in questo caso? Serve un punto di riferimento a Singapore che possa mandare le parti della macchina a un altro punto di riferimento in Malaysia o in Indonesia dove queste saranno assemblate di nuovo in modo efficiente.

Il terzo punto debole del titolare d’impresa familiare uscito dal mondo che conosce per provare a vendere i suoi prodotti/servizi fuori dall’Europa è la reticenza a delegare le operazioni che egli non sa fare da solo a operatori specializzati e a pagare per questo servizio. Spesso ho sentito i titolari d’imprese familiari dire a chi avevano incontrato in questa parte del mondo, quando veniva loro richiesto un giusto compenso per l’opera svolta di ricerca di mercato da farsi o già fatta: “Se si potrà perché le cose avranno veramente preso piede, saremo prontissimi a corrispondere un compenso”. Tuttavia spesso chi l’ha detto, 1. o non ha reso possibile che le cose prendessero piede non accettando le raccomandazioni del consulente oppure, 2. non essendo stato stabilito a priori alcun contratto, si è impossessato del suo lavoro escludendo il consulente dal godimento dei frutti del suo lavoro andando avanti per conto suo e spesso non a lungo, mancando il punto di riferimento qui. 

Probabilmente una conseguenza poco favorevole  di questa incapacità di delegare è che spesso il figlio del fondatore/titolare si ritiene investito per grazia divina della capacità di gestire, magari supportando queste sue credenze con studi fatti a livello universitario ma sulla carta, senza alcuna esperienza e conoscenza pratica.

Certi costumi italiani, come il Ferragosto, sono incomprensibili all’estero, dove esiste l’aria condizionata, il caldo non è quindi insopportabile e le ferie sono scaglionate per tutti attraverso tutto l’anno in modo da mantenere la produttività e il consumo stabili.

Esistono imprese che sono partite in modo familiare e che conservano la proprietà come familiare eppure, sono riuscite a evolversi con successo nel mondo contemporaneo. Mi viene da citare ad esempio Mastroberardino, il famoso nome della viticultura campana. Questi partì come impresa familiare, con intuizioni rivelatesi poi vincenti contro l’opinione prevalente, come ad esempio valorizzare i vitigni autoctoni in un momento, nel dopoguerra, quando tutti li estirpavano per far posto a varietà francesi, e crebbe solo assegnando compiti diversi a diversi professionisti: così chi coltivava le terre era una persona diversa da chi faceva il marketing che era ancora un’altra persona rispetto a chi faceva il vino. La famiglia ha mantenuto il suo ruolo, modernizzandosi”.

Giovanni Lombardo è a disposizione della Community CERIF per rispondere a quesiti e curiosità su Singapore e sul modo di fare business in questa città in cui vive da nove anni e mezzo.

IL RISCHIO FINANZIARIO NELL’IMPRESA DI FAMIGLIA

marzo 16, 2011

L’impresa di famiglia è sottoposta più di altre imprese al rischio finanziario, che è uno dei 40 problemi, facente parte del polo Livello di Rischio, identificato dai ricercatori del Centro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia CERIF.

Molti sono gli aspetti da considerare per avere una gestione finanziaria sicura e di successo: competenze tecnico – specialistiche appropriate, strumenti di controllo e di monitoraggio continui, risorse umane dedicate ecc.

Due fattori hanno caratterizzato, dal punto di vista economico-finanziario, il rischio finanziario delle imprese di famiglia in questi ultimi anni, e cioè:

a)         La globalizzazione dei mercati, con la sua pressione sui fatturati e sui costi di  produzione;

b)         Le crisi finanziarie, con la pressione sui fatturati a causa del calo della domanda e con le difficoltà di accesso al credito.

Questi due fattori hanno contribuito ad innalzare il, sempre presente per la verità, rischio finanziario nelle imprese di famiglia.

Abbiamo quindi due tipologie di rischio, una positiva ed una negativa; la prima è legata allo sviluppo, la seconda a processi di riorganizzazione societaria e di ristrutturazione del debito.

La ristrutturazione finanziaria del debito, è una operazione di finanza straordinaria comune in periodi di crisi e utile alle aziende per riposizionare e ristrutturare la propria finanza secondo le nuove esigenze.

Gli attori coinvolti nel processo sono l’imprenditore, il management, i dipendenti, i fornitori e i finanziatori (Banche e Leasing).

Da un lato abbiamo imprese di famiglia super capitalizzate con mezzi propri pari al settanta, all’ottanta per cento del totale delle fonti finanziarie impedendo in tal modo qualunque significativa diversificazione e assumendo un rischio eccessivo, dall’altro lato imprese familiari con tassi di indebitamento superiori alle dieci unità.

La tentazione di fare commistione tra il “portafoglio” aziendale e quello familiare sta alla base, tra l’altro, del rischio finanziario.

“Famiglia ricca, azienda povera” è non di rado un fenomeno diffuso in quanto ha origine da una cultura, tipicamente italiana, di lavorare “con i soldi degli altri” (delle banche, dei fornitori, del fondo tfr, ecc.) in misura spropositata.

 

Ringraziamo il Dott. Marco Zucconi in rappresentanza della ZUCCONI & C.

ELEMENTI DI CRITICITA’ DELLE FAMILY BUSINESS ANCHE CON RIGUARDO ALLE ESIGENZE DI SOSTENIBILITA’ DEI LORO ASSETTI PROPRIETARI

febbraio 25, 2011

Mercoledì, 23 Febbraio 2011 si è tenuto il convegno “Elementi di criticità delle Family Business anche con riguardo alle esigenze di sostenibilità dei loro assetti proprietari”, presso la Cripta dell’Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Il convegno, organizzato dall’Associazione CERIF,  in linea con lo stile della casa si è concentrato sulle problematiche e le opportunità che le Family Business devono percepire, comprendere e gestire per evolvere nel miglior modo.

Il Prof. Claudio Devecchi, Ordinario di Strategia e Politica Aziendale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Amministratore Unico di CERIF e Direttore Scientifico di ASAM, ha aperto i lavori dando il benvenuto agli imprenditori di famiglia e ai professionisti presenti in sala.

A seguire il Dott. Stefano Devecchi Bellini, Direttore Operativo di CERIF, ha portato all’attenzione dei presenti l’Associazione CERIF, che riunisce le imprese di famiglia e si configura come un qualificato punto di riferimento per gli imprenditori e gli operatori di questo settore dell’economia italiana.

La presentazione della freschissima ricerca “Problemi, criticità e prospettive dell’impresa di famiglia” (Dicembre 2010), tenuta dal Prof. Claudio Devecchi, ha suscitato un grandissimo interesse da parte dei presenti, i quali hanno ascoltato attenti, appuntandosi dati e contenuti inediti su cui riflettere.

La ricerca ha messo in luce le criticità che le imprese di famiglia italiane hanno percepito e che si trovano ad affrontare con consapevolezza.

Tra i problemi emersi come maggiormente percepiti: il “Rinnovamento della formula imprenditoriale”, rilevato dal 75% del campione intervistato, la “Gestione della successione e della continuazione”, riscontrato come un problema rilevante per il 50% degli intervistati, la “(Ri)Organizzazione dell’assetto societario”, considerato altamente problematico per l’83% dei partecipanti alla ricerca e il “Rischio sistemico”, che per il 92% degli imprenditori di famiglia è un problema da affrontare.

In particolare il “Rischio sistemico”, percepito come allarmante dal 92% del campione intervistato, rappresenta il rischio correlato all’andamento generale del settore, o del comparto di appartenenza; affrontarlo significa prendere consapevolezza dell’esistenza del problema e svolgere costantemente un monitoraggio dei fattori esterni che influenzano l’impresa.

Un ringraziamento particolare ai relatori presenti, i quali con i loro interventi hanno portato la propria testimonianza di vita aziendale e professionale, che ha permesso ai partecipanti di riflettere e confrontarsi sulle tematiche che quotidianamente si vivono nell’impresa di famiglia.

Un caro ringraziamento al Sig. Giovanni Anzani, Ceo di POLIFORM, alla Dott.ssa Simona Leggeri rappresentante dell’impresa di famiglia LEGGERI e al Dott. Marco Zucconi in rappresentanza della ZUCCONI & C.

E’ stato un convegno ricco di contenuti e anche portavoce di un forte messaggio di incoraggiamento per il futuro delle imprese familiari italiane.

Infatti, in occasione della tavola rotonda “Quale futuro per le imprese familiari italiane?”, è stato possibile, per i presenti in sala, arricchirsi di preziosi consigli al fine di indirizzare al meglio il futuro sviluppo dell’impresa di famiglia.

La tavola rotonda è stata moderata dal brillante Roberto Bonzio, giornalista Reuters e autore del progetto multimediale Italiani di Frontiera, e ha visto la partecipazione dell’imprenditore Dott. Filippo Berto, giovane rappresentante dell’impresa di famiglia BERTO SALOTTI e di professionisti di elevato standing come il Dott. Marco Cravesana, partner di EQUITY & CHALLENGE, e il Dott. Marco Moreschi, Direttore Generale della BANCA CENTROPADANA di CREDITO COOPERATIVO di Lodi.

Un sentito ringraziamento al Prof. Sergio De Angeli, già Ordinario di Economia delle Aziende di Credito presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Senior Consultant CERIF, che ha contributo con impegno e collaborazione alla buona riuscita del convegno.

Grazie agli imprenditori e ai professionisti che hanno assistito al convegno e che entusiasti e orgogliosi di rappresentare la propria impresa di famiglia hanno portato la loro testimonianza aziendale in un’esclusiva intervista.          

          

                                      

Basilea 2 e i beni intangibili: minaccia o opportunità?

ottobre 5, 2009

Vorrei portare una riflessione la più oggettiva possibile in quanto mai come in questi mesi molti hanno scritto e detto “cose” false su Basilea2 verosimilmente pro domo loro.  Innanzitutto è bene che gli imprendi-tori/trici si ricordino sempre che la banca dà massima importanza alla così detta analisi andamentale. Tale analisi fa riferimento sia alla storia reputazionale dell’azienda familiare (nessun protesto, nessun assegno scoperto, nessun ritardo di pagamento di rate mutuo et similia) che al modo con cui l’affidata o l’affidanda si relaziona con la banca. La relazione, e qui ci avviciniamo a quanto mi sta a cuore, deve essere la più trasparente e sincera possibile. L’onestà è un valore per la banca.  Qualcuno scherzosamente afferma che la banca assomiglia a un fiammifero: la freghi una volta sola….e forse c’è una punta (o molto di più) di vero.

Ebbene in questa relazione virtuosa l’imprenditore non deve mai dimenticare che Basilea2 chiede che la banca presti attenzione non solamante a ciò che c’è di tangibile (nel bilancio): attività a breve e a medio lungo termine (crediti verso clienti, cambiali attive, cassa e banca, immobilizzazioni tecniche nette, ecc.) e passività correnti e a medio lungo termine MA ANCHE CIO’ CHE C’E’ DI INTANGIBILE, è infatti scritto neigli oltre 700 paragrafi del documento originale: “elementi qualitativi”.  Ecco è proprio in quest’area che l’imprenditore deve investire in conoscenze.

Non le conoscenze usuali che fanno riferimento alle cose intangibili che sono rappresentate formalmente in bilancio (marchi, brevetti e avviamento) ma ciò CHE STA FUORI DAL BILANCIO MA DENTRO L’AZIENDA FAMILIARE.

Mi riferisco ai beni immateriali, in senso lato e non contabili che però hanno un valore e talvolta ben superiore alla somma di quelli iscritti tra le attività del bilancio. In un recente Convegno tenuto nel mese di giugno presso l’Università degli Studi di Brescia intitolato ” Innovazione e Società”, ho avuto modo di spiegare perchè gli intangibili hanno valore e quali sono gli intangibili che possono essere tradotti in valore per la banca.  Chi volesse avere il testo o i lucidi di questa relazione mi scriva via mail; qui intendo solamente proporre un elenco che pare essere abbastanza originale degli elementi che compongono la numerosa famiglia degli incentivi in modo che l’imprenditore ne prenda atto e spunto per meglio dialogare con la sua banca.  Ecco gli elementi che ho trovato in letteratura e sul campo:

1. contesto concorrenziale; 2. prospettive di settore; 3. livello di competizione (fattori di successo) dell’azienda; 4. andamento della domanda; 5. soddisfazione clienti; 6. sistemi di controllo di gestione (economica e finanziaria); 7. piani e budget aziendali (attendibilità del dato inserito); 8. storia e tradizione aziendale; 9. organizzazione e sistemi gestionali; 10. posizionamento competitivo; 11. innovazione, qualità/quantità degli investimenti in R&S; 12. informazioni commerciali circa eventuali eventi pregiudizievoli; 13. indagini di mercato (proiezioni dom./off. di settore e area geograf., tassi inflazione,livelli occupazionali e costi salariali, ecc.); 14. governance; 15. profilo gestionale; 16. posizionamento strategico; 17. rischi; 18. storia e tradizione aziendale; 19. visione strategica e le capacità manageriali; 20. vantaggio competitivo e l’evoluzione del settore economico di riferimento; 21. struttura aziendale e la gestione delle risorse umane; 22. grado di innovatività dell’impresa e del prodotto; 23. rispetto delle principali normative del settore di riferimento (ambiente, sicurezza, ecc.); 24. dislocazione geografica; 25. settore di appartenenza; 26. qualità del management; 27. struttura proprietaria; 28. appartenenza a gruppi; 29. know how aziendale; 30. piani di espansione; 31. quota di mercato; 32 strategie commerciali; 33. capacità di innovare; 34. competenze; 35. know how delle persone; 36. immagine sul mercato; 37. patrimonio relazionale con mercato e clienti; 38. relationships; 39. knowledge; 40. leadership e communication; 41. culture and values; 42. reputation and trust; 43. skills and competencies; 44. processes and systems; 45. grado di diversificazione.

Sono perfettamente consapevole che l’argomento susciterà molte perplessità in certuni ma le ricerche che ho condotto presso non pochi istituti di credito mi fanno ritenere che i bancari stanno (anche se faticosamente) costruendo una loro cultura sugli intangibili quali elementi per meglio valutare il merito creditizio.

Una stima fatta da Centuria-Romagna Innovazione Tecnologia, afferma che “sul valore di mercato di un’azienda il 28% dell’attivo è rappresentato da attività tangibili, il 72% da tecnologia, competenze, strategia, reputazione, organizzazione; così –simmetricamente- il 28% del passivo visibile è dato da debito e patrimonio netto, il rimanente 72% da capitale intellettuale invisibile. Questa è la base per costruire la c.d. “teoria dell’iceberg”.

Allora, e concludo, se pensiamo che il valore economico degli intangibili è 3/4 volte il totale delle attività in bilancio capiamo l’enorme spazio che soprattutto le imprese familiari hanno nel chiedere fiducia (cioè fido, cioè soldi) alle banche.

Innovativo Seminario: come gestire l’arrivo della nuova generazione in azienda?

maggio 17, 2009

L’associazione CERIF, CEntro di Ricerca sulle Imprese di Famiglia dell’Università Cattolica di Milano è lieta di proporre un evento speciale intitolato l’ “Arrivo della Nuova Generazione. L’impatto sulle persone e sul business.”

Sarà possibile partecipare a questo speciale corso che si terrà nell’ Autunno 2009, ancora in data da definirsi, presso l’agriturismo “La Tavola Rotonda” a Cortemaggiore (PC); una full immersion di tre giorni organizzata per favorire un’analisi approfondita della propria impresa, esaminare il tema delicato della gestione del passaggio generazionale ed offrire soluzioni a questo complesso processo familiare in un ambiente suggestivo.

Il corso è rivolto agli imprenditori delle imprese familiari italiane e ai rappresentanti della nuova generazione (figli/e, nipoti, stretti collaboratori non familiari), in coppia.

Sarà presente il Prof. Claudio Devecchi, prof. ord. di Programmazione e Controllo (Università Cattolica di Milano) nonché Amministratore Unico di CERIF, il dott. Massimo Lodi Responsabile del servizio di Family Business UBI Banca Scarl, il dott. Ferruccio Cicogna Direttore Divisione Imprese ASAM, il dott. Giuseppe Arcamone Responsabile Formazione ASAM, la dott.ssa Evi Crotti psicologa e grafologa e il dott. Alberto Magni medico e grafologo dello Studio Crotti-Magni.

La “crisi” a Modena …

febbraio 3, 2009

Buon 2009 a tutti (anche se in ritardo) !

venerdì 29 gennaio scorso ci siamo recati a Modena, dietro invito delle “Donne Impresa” di LAPAM Federimpresa (Federazione di Associazioni che rappresenta tutto il mondo imprenditoriale: artigianato, commercio, piccole e medie imprese, agricoltura della Provincia di Modena ).

Brochure evento

E’ stato un incontro ricco di spunti, sia dalla parte “accademica” che da quella “imprenditoriale”. Il momento finale della serata, adibito a domande/risposte, è stato molto partecipato … tante le riflessioni, i quesiti e gli scambi di opinione, non solo tra imprenditori e relatore, ma anche tra i “colleghi” della platea.

Per maggiori delucidazioni:

 http://www.lapam.mo.it/lapam/it/notizia.wp?contentId=NEWL6816

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La crisi finanziaria e la tentazione dell’azienda di famiglia.

ottobre 21, 2008

Una breve riflessione sulla crisi finanziaria, vista da chi è frequentemente a contatto con l’impresa di famiglia, il prof. Claudio DeVecchi e il consulente Massimo Carraro.

Tutti noi, in questo periodo, subiamo i colpi della grave crisi che ha colpito il mondo della finanza.

Nell’azienda di famiglia, dove a volte esiste una commistione non chiarissima tra patrimonio familiare e patrimonio aziendale, può nascere la tentazione di attingere risorse dal patrimonio d’impresa per poter continuare a mantenere un elevato tenore di vita.

E’ a nostro avviso raccomandabile il contrario, in un momento di crisi come questo – cioè garantire all’impresa le risorse di sempre, e se necessario apportare in azienda mezzi finanziari ulteriori, in modo da presidiarla e rinforzarla, durante la tempesta.

Si tratta di un atteggiamento prudenziale quanto mai opportuno, che può anche recare all’azienda il beneficio secondario di sottrarla parzialmente all’esposizione bancaria.


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